WALKTABLE è uno spazio per le idee in movimento dedicato al pensiero critico e al suo rapporto con l'arte

a cura di Aurelio Andrighetto, Ermanno Cristini, Chiara Pergola

 

CONVERSAZIONI - 3

Il tentativo dell’intervento sarà quello di analizzare una delle fonti che hanno reso possibile la sopravvivenza di Traffic Gallery, fondata dal sottoscritto nel 2007. Un nuovo collezionismo, diverso per potenzialità economiche, rispetto a quello dei ricchi collezionisti tradizionali.

 

Siamo nel Settembre 2007 quando ho inaugurato Traffic Gallery a Bergamo. Periodo nel quale vi erano già le prime avvisaglie di una imminente crisi economica e finanziaria che dagli Stati Uniti avrebbe coinvolto tutto il mondo, soprattutto quello occidentale. Bolla finanziaria prima e sboom nell’arte contemporanea subito dopo. Eppure negli stessi anni proprio verso il mondo dell’arte contemporanea e particolarmente in Italia cresceva l’interesse e la curiosità del pubblico medio e generalista, del ceto medio popolare. Anche se di base si registra una diffidenza nei confronti di una parte del contemporaneo espressa dal solito commento “lo potevo fare anche io”, il pubblico osserva, visita musei e soprattutto fiere, sente il bisogno di esprimere la propria opinione e spera di potersi procurare opere d’arte affordable, di sentirsi in un certo senso parte del collezionismo. Nel frattempo aumentano i giovani che vogliono essere o fare gli artisti, aumentano gli spazi indipendenti dedicati al contemporaneo, e anche quelli privati come le gallerie. Spesso si sente dire che proprio nei periodi di crisi economica gli attori in gioco siano costretti ad inventarsi nuove strategie per sopravvivere. Io posso basarmi sulla mia esperienza personale e cercare di capire insieme a voi come sia stato possibile portare avanti una attività commerciale in una piccola realtà come quella bergamasca. Traffic Gallery lavora da 11 anni esclusivamente con giovani artisti viventi escludendo dal proprio ambito commerciale il cosiddetto “mercato secondario”.

 

Quindi chi ha permesso questa sopravvivenza per 11 anni ? Forse la nascita di un nuovo collezionismo e di nuovi collezionisti ? Come è stato possibile questo processo ? Quali sono state le molle che hanno fatto scattare l’esigenza e la voglia da parte del ceto medio di acquistare delle opere d’arte di giovani artisti non ancora presenti sul mercato ? Non ho una risposta scientifica a questi quesiti, posso ipotizzare e azzardare delle interpretazioni. Cosa porta una giovane coppia a preferire l’acquisto di una opera di un giovane artista dal valore di 2000 euro, piuttosto dell’ultimo modello di schermo lcd ultrapiatto ? Una galleria giovane, commercialmente parlando, come Traffic Gallery ha dovuto trasformare il crescente interesse verso il contemporaneo del ceto medio in vendite e ricavi, e questo è stato possibile soprattutto grazie ad una corretta ed onesta comunicazione. Eviterei di addentrarmi nel merito della questione della qualità delle opere, del gusto e di ciò che è o non è arte, ed escluderei anche momentaneamente la tematica di mercato legata all’e-commerce. Il pubblico osserva, ascolta e giudica e se quel che gli viene proposto è presentato semplicemente per quello che è, può capitare che nasca in lui quell’ esigenza di dare concretezza, attraverso l’acquisto, al suo diverso modo di guardare il mondo, sentendo interpretato in quel gesto il bisogno di possedere il senso che quell’opera d’arte esprime così come gli è stato raccontato.

 

Ai giovani artisti o studenti delle accademie che mi chiedono :“ Ma come faccio a capire se sono una artista ? ”“ Chi può essere definito oggi giorno artista ? ”rispondo sempre che l’artista deve essere colui che interpreta, visivamente parlando, lo spirito del tempo in cui vive. E forse è proprio questo nuovo collezionismo alle prime armi, completamente fuori dalla dinamiche interne del sistema dell’arte, non influenzabile dai grandi collezionisti trend-setter, dai curatori, dai direttori di musei, art advisor, art dealer e chi più ne ha ne metta, a costituire una piccola ma preziosa e nuova linfa capace di creare un humus fertile per giovani, diversi e nuovi germogli. Nell’abstract del nostro tavolo si parla di un allontanamento da parte del pubblico e contemporaneamente si mette in relazione questo presunto processo di allontanamento con la recente attenzione del mercato alle pratiche legate alla contestazione politica e con l’interesse (ai limiti del fanatismo) per il writing e l’arte di strada. Non sono del tutto convinto che il pubblico si sia o si stia allontanando dai luoghi del contemporaneo, semplicemente credo che vi siano pratiche artistiche che piacciono con maggior facilità alla gente e altre meno. Credo piuttosto che sia in atto fin dai primi anni del nuovo millennio un graduale processo di coesione e avvicinamento tra il pubblico elitario e il pubblico generalista, questo ovviamente non significa che i due diversi pubblici abbiano stessi gusti e uguali modalità di interpretazione, fruizione e bisogno di acquisto dell’opera. Uno dei motivi predominanti che mi ha portato a scegliere questo lavoro è proprio la possibilità che tale professione offre di comunicare e lavorare con persone molto diverse tra loro, provenienti da ambiti a volte opposti. Il ruolo del gallerista è quindi anche un ruolo di mediatore sociale. Far innamorare un capitano d’industria politicamente di destra di un duo di street artists nati nel cuore rosso tosco-ligure può essere forse un esempio di mediazione socioculturale ? Ricordo ancora la telefonata in cui mi si chiedeva di togliere tutto quel rosso dal progetto...i colori alla fine rimasero quelli decisi dagli artisti !!! :-)

 

Alle volte si fa passare il messaggio secondo cui il ruolo dell’artista sarebbe quello di collante sociale caricandolo di responsabilità e competenze che lo distraggono dalla missione estetica, in realtà non è l’artista che è tenuto a mettere direttamente in comunicazione ambiti e persone con idee diverse ... l’artista offre la materia attorno alla quale il gallerista o il curatore deve mediare le parti, spesso con una sana dose di ipocrisia, magari omettendo alcuni dettagli ... Lo scambio commerciale è da sempre un terreno di accordi e compromessi ... e in questo il denaro, la moneta, il capitale appare molto più “socialista” di molte e troppe opere citazioniste e buoniste realizzate da artisti più o meno noti politicamente schierati.

 

Mi piace vedere il mondo dell’arte contemporanea come un terreno neutro all’interno del quale i singoli possano esprimere senza timore i propri gusti e le proprie idee ... Quello che invece non riesco ancora del tutto a scrutare è la possibilità effettiva che la turbina motrice rappresentata dalla curiosità possa davvero essere un agente trasformatore grazie al quale si possa vedere la realtà e il mondo da punti di vista diversi dal proprio. C’è ancora troppa settorialità e divisione, troppe barricate ... A volte mi costringo a visitare mostre con ricerche artistiche che non mi interessano, oppure delle quali proprio ne contesterei l’utilità e il senso. Lo scopo è quello di apprendere, comprendere, spesso senza riuscirci... ma il tentare è già un atto di umiltà (e forse anche di sottomissione) utile ad apprendere punti di vista nuovi.

 

Non so se sto affrontando tutti i temi proposti dal tavolo e in particolare quello delle “alternative di mercato” ... Il mio ragionamento cerca di risalire alle origini di tale questione, ovvero sto cercando di capire come, attraverso lo sfruttamento di una curiosità di base, si possa ampliare il gusto dell’acquirente, dal grande collezionista fino al compratore della domenica ...

 

Gli esperti di marketing e di commercializzazione del prodotto parlerebbero a questo punto di come creare l’esigenza dell’acquisto di un prodotto all’interno di una società, escludendo ovviamente i beni di prima necessità ... E del resto una opera d’arte a prescindere dalla sua natura e dalla sua composizione nel momento in cui entra in una galleria privata o in una fiera diviene automaticamente un prodotto da commerciare. Il mediatore culturale dovrebbe aver già investito tale opera di significati e concetti, di messaggi e interpretazioni, il gallerista e-o il mercante dovrebbe selezionare questi messaggi legati all’opera e veicolare contemporaneamente la forza estetica e materica che l’opera in quanto prodotto esistente possiede di per sè.

 

Concluderei con una citazione di uno scienziato fisico matematico definito come “il più strano degli uomini”, Paul Dirac, che spesso era solito affermare: ” Giocando con le equazioni, modi differenti di scrivere la stessa equazione possono suggerire cose molto diverse tra loro sebbene logicamente equivalenti ”

 


(*) Il 10 novembre 2018, al MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna, si è svolto il V Forum dell'Arte Contemporanea Italiana. L'edizione di quest'anno, coordinata da artisti, ha aperto molti fronti di discussione. In particolare, nel tavolo coordinato da Stefano W. Pasquini e Chiara Pergola, la domanda riguardava la sopravvivenza dell'artista [1], in più di un senso a dispetto dalle circostanze:

"Partendo dal presupposto che non può esserci arte senza artisti e che la spinta espressiva è fondante della nostra umanità, domandiamo quali siano le loro reali condizioni di vita nel sistema corrente. A fronte della sproporzione tra offerta e domanda è possibile trasformare il mercato in modo da ampliarne la base? Quali problemi pone un cambiamento di prospettiva per gli interlocutori presenti nel sistema? Siamo in grado di immaginarci assieme in modo nuovo? A partire da queste domande sulle “condizioni di produzione dell’arte”, cercheremo di capire come è possibile sostenere, dare circolazione e rendere significative oggi le pratiche espressive…"

Molte sono state le riflessioni che il tempo compresso del forum ha permesso di dispiegare solo in parte. Ne proponiamo alcune che intrecciano i percorsi di Walktable.

 

Hanno partecipato alla discussione: Emanuela Ascari, Isabella Bordoni, Flavio Favelli, Anna Ferraro, Luciano Maggiore, Elena Nemkova, Giancarlo Norese, Fabrizio Padovani, Alessandro Pasotti, Marco Panizza, Roberto Ratti, Francesco Ribuffo, Chiara Ronchini, Luca Rossi, Cosimo Terlizzi.

 

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/sopravvivenza/ Per calco dell’inglese survival, pratica militare di addestramento, in cui si impara e ci si allena a sopravvivere in condizioni ambientali difficili, usando essenzialmente le proprie abilità nel procurarsi il cibo, costruire un riparo, fabbricare utensili, ecc., con i materiali a disposizione. Aggiungiamo a questa definizione: lasciare tracce (NdR).

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